Nel rituale è indicato che l’abbigliamento del Massone deve essere con abito da passeggio scuro. Questo potrebbe benissimo essere inteso con un classico abito elegante di colore nero o blu scuro, dando quindi valore all’importanza dei lavori da affrontare, vestendosi dignitosamente secondo gli usi e costumi e quindi secondo la legge morale della Società in cui viviamo.

Tuttavia, in molti utilizzano la “clamide” nera in modo tale da potersi liberamente vestire a piacimento e comunque, avendola come soprabito, essere dignitosamente e rispettosamente abbigliati per la partecipazione ai Lavori.

Sicuramente l’utilizzo della clamide è una comodità di non poco conto per chi ha necessità lavorative o di tempi relativamente stretti che non permettono di vestirsi con abito elegante prima di presentarsi nella Sala dei Passi Perduti, ma è da precisare che l’utilizzo della clamide non deriva da una necessità di maggiore comodità.

Prima di tutto è indispensabile specificare che il termine “clamide” è forse non proprio felicemente utilizzato per quello che viene indossato dai massoni. Infatti, questo indumento è piuttosto un mantello che veniva utilizzato in era ellenica e romana, con origine forse macedone.

L’abito adoperato invece è più appropriatamente definito “tunica”.

Il termine tunica, immaginando l’indumento, già dà la parvenza di semplicità, di essenzialità e quindi, in qualche modo, l’invito alla purificazione che ognuno di noi è invitato a compiere con il lavoro di sgrossamento della pietra che l’Apprendista Libero Muratore ha cominciato sin dal suo primo giorno dopo l’iniziazione alla Libera Muratoria cercando di pervenire alla propria essenza.

La tunica è in qualche modo anche un richiamo allo stile di vita monacale scelto dagli iniziati agli antichi misteri in Egitto prima, in Palestina successivamente con gli Esseni e poi dai padri del deserto dai quali si svilupparono conseguentemente gli ordini monastici dei carmelitani ed altri come i Templari.

Gli iniziati egiziani erano soliti farsi chiamare “Figli della Vedova”, ovvero Iside.
Il velo di Iside è nero perché rappresenta la morte, ma anche la vita.
La morte perché è nel Silentium che muore l’Ego; la vita perché è nella morte dell’Ego e quindi sempre nel Silentium che nasce il Sé divino.

Osiride, fratello e sposo di Iside, è detto il “Grande Nero”, riportando il concetto al Silentium necessario per svelare Iside e pervenire alla conoscenza del Re.

Figli della Vedova è un termine che sentiamo usare spesso in ambito massonico, riportando le origini della Massoneria non quindi al XVIII secolo, ma molto più indietro nel tempo, raggiungendo la culla della civiltà che oggi conosciamo.

Lo stile di vita monacale ed ascetico oggi forse sembra troppo pesante per l’uomo contemporaneo, ma bisogna tuttavia specificare meglio il termine “Monaco”.
Etimologicamente deriva da “monos”, quindi Uno, solo.
Anticamente, ma anche oggi negli ordini monastici, questo essere “solo” veniva interpretato come una netta separazione dal mondo materiale, dalle persone, in una scelta di vita completamente ascetica, al riparo dal clamore della mondanità e dai vizi profani, alla ricerca della divinità tramite un percorso di ricerca interiore che doveva portare alla conoscenza di sé stessi e di Dio.

Nel percorso che abbiamo scelto però non c’è il presupposto di separarsi dal mondo, ma di agire nel mondo.

Essere nel mondo,

ma non essere del mondo

È qui che bisogna capire cosa significhi mondo. Ci viene in aiuto S. Isacco di Ninive (Vescovo di Ninive nel VII sec.) che dice:

“Quando senti dire essere necessario liberarti da ogni legame mondano, abbandonare il mondo, purificarti da ogni influsso del mondo, devi avanti ogni altra cosa apprendere e capire il vocabolo «mondo», non nel suo significato comune, ma nel suo puro interiore senso. Quando avrai compreso le svariate cose racchiuse in quel vocabolo, imparerai anche la distanza tra l’anima tua e il mondo e quante cose mondane sono mescolate a quelle dell’anima. «Mondo» è un nome collettivo, racchiudendo in sé tutti gli istinti che denominiamo passioni. Volendo parlare dell’insieme degli istinti passionali diciamo «mondo»; quando parliamo di essi volendoli designare con i loro rispettivi nomi li diciamo «passioni»”.

Ecco dunque spiegato il lavoro del monaco, riportandoci al lavoro del Massone di scavare oscure e profonde prigioni al vizio.

Se il monaco propriamente detto si rinchiude in un convento per eseguire questo lavoro, il Massone lo compie continuando a rimanere a contatto con la realtà delle cose, senza sfuggire alle tristi e crudeli cose del mondo che conosciamo, ma sfruttandole per maturare ulteriormente la propria conoscenza di sé stesso.

D’altronde, il lavoro sulle passioni può essere tranquillamente eseguito nel silenzio di una camera che diventerà il nostro personale Gabinetto di Riflessione, o anche semplicemente in qualsiasi posto, cercando quel silenzio di cui si parla già dal I grado, chiudendosi in un Monastero che è il nostro Tempio interiore.

L’applicazione è nella meditazione profonda, ovvero nella contemplazione. Quindi il rivolgere la mente, svuotata da ogni altro contenuto, a Dio. È un semplice osservare l’interno di noi stessi, le nostre emozioni, i nostri pensieri per poi, superando questi, pervenire alla conoscenza del Deus Absconditus che è dentro ognuno di noi.

Questo lavoro è una via mistica dove con il termine “mistico” non si vuole intendere la passività, ma quella condizione di contemplazione in cui sussiste un “agire senza agire”, ovvero dove c’è un’azione che non si vede esteriormente, ma è completamente rivolta all’interno di sé stessi in una generazione di silenzio e buio, in una lotta contro le passioni, contro l’origine delle passioni e contro ogni cosa che ci impedisce di pervenire alla conoscenza di Dio. È una guerra interiore che è il vero senso della guerra santa cristiana alla riconquista della Gerusalemme Celeste, o anche della Jihad islamica che porta a diventare Shahid (testimone della Verità).

È un percorso gnostico, dove la gnosi è proprio la conoscenza di Dio.

In conclusione e riassumendo, la clamide o tunica nera è quanto di più simbolico si possa avere in rappresentazione di questo tipo di vita perché:

  • nella sua essenzialità dona l’immagine della purificazione dell’anima, del lavoro dell’Apprendista Libero Muratore;
  • nel suo coprire completamente il corpo dal collo ai piedi è un simbolo della completa immersione all’interno di sé stessi, richiamando quindi il concetto di V.I.T.R.I.O.L.;
  • nel suo colore nero rappresenta la fase della Nigredo alchemica, anche questa legata al concetto di V.I.T.R.I.O.L., ma soprattutto rappresenta il pervenire alla conoscenza di Dio, di quel Deus Absconditus che non si può rappresentare se non con il colore del nulla;
  • è un richiamo al monachesimo e quindi al lavoro per pervenire alla conoscenza di Dio.

Chi indossa la clamide, dunque, non è solo per comodità, ma soprattutto perché ha scelto un tipo di vita monacale e lo esteriorizza d’avanti a tutti i suoi fratelli per porsi come rappresentante di una via gnostica che trova espressione nel simbolismo della Massoneria.



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